Reportage da Zurigo

Evento: Il Barbiere di Siviglia-Electra

Dove: Opernhaus di Zurigo

Quando: 12-24 Gennaio 2010

 

E’ bellissimo ritrovarsi a Zurigo in una giornata che ha già in sé sprazzi di primavera, come brandelli di cielo e di colori che s’insinuano, nell’inverno benvenuti, strizzando l’occhio alle speranze.zurigo_3

Gennaio è meraviglioso per questo, perché nel cuore più profondo dell’inverno, porta l’annuncio della primavera, osando l’impensabile. Lo fa spesso e volentieri soprattutto nelle città del Nord, quelle che più che mai spiano con amore l’arrivo della bella stagione, sentendo la necessità di vivere l’esterno con una voracità calma ed immediata. Quando il sole è poco bisogna “starci” con maggior vigore nei momenti in cui accade d’incontrarlo.

Zurigo mi ha accolto con manciate di colori primaverili buttati nel cielo, a rincorrersi tra stralci di nuvole rosa e azzurri delicatissimi, mentre i tetti appuntiti fanno da controcanto assieme alle cime innevate non troppo lontane. Il lago come sempre è un’ oasi per ripulire i pensieri, anzi per farli galleggiare assieme agli acquatici e ai venti.

La città è bella con un’architettura antica, aguzza ma mai pungente: elegante nei colori che fanno pensare a un medioevo di commerci, di scambi e a un’abitudine d’incontrarsi, come cittadini, per decidere tutti assieme su regole e leggi.

Al crepuscolo mi rapisce il grande campanile, col suo orologio potente e rassicurante, che appare all’improvviso in molti punti della città vecchia, senza prevaricare, quasi per offrire una protezione che sa di buono, come l’odore del babbo quando si è piccoli.

Poi il giorno dopo ancora una giornata da inverno… e basta! Con la nebbia, il freddo pungente ma … bellezza “tanta”, grande come le favole che qua sembrano sempre dietro l’angolo.

Mi butto nelle librerie per mangiarmi con gli occhi e con le mani dei libri di fotografia che sanno della vecchia Hollywood e di dive così affascinanti da togliere il fiato, ma soprattutto di un modo di fotografare che è alto, immenso anche  nell’istantanea. Cavolo… com’erano bravi!!

zurigo_2Arriva finalmente il 20, il giorno del “Barbiere”, uno spettacolo che m’intriga molto vedere per l’interpretazione di un giovane artista come Massimo Cavalletti e per una regia nuova, spiritosa che ho già gustato nelle foto su internet.

Trovo teatralmente (e vocalmente) giustissimo che Figaro venga interpretato da un baritono giovane, come il libretto indica e come la musica sottolinea per lo smalto dei colori.

Cavalletti sta conducendo una bellissima carriera fuori d’Italia (ne parleremo ampiamente tra un po’) in forza a Zurigo, in debutto al Met  come Schaunard il 20 febbraio, poi ad aprile alla Scala nel ruolo di Paolo Albiani nel “Simon Boccanegra” con Domingo. E’ un'altra di quelle persone che hanno fatto una scelta professionale e di vita difficile, puntando sull’opportunità di crescita che soltanto un grande teatro (nel senso di teatro dove si lavora a pieno ritmo) può dare.

E’ impossibile non provare grandissimo interesse per questa produzione. Lievi ha coniugato perfettamente aspetti scenografici della nostra epoca con richiami al passato.

I “polverosi” vecchi rappresentanti di vecchie regole (Bartolo, Basilio, Berta), con abiti non perfettamente definiti ma con precisi richiami al ‘700 rossiniano, s’incontrano con i giovani (Rosina e Almaviva in primis) dagli abiti stravaganti e moderni e tutti poi si ritroveranno con la “magica” valigia n. 15 dove Figaro racchiude il “suo” negozio.

Anche in palco e in orchestra c’è una specie di affascinante legame tra presente e passato.

Un “vecchio leone” come il Maestro Santi alla guida appassionata dell’orchestra: autorevole, padrone assoluto della partitura, capace ancora di divertirsi, senza alcuna necessità di “gonfiare” Rossini, beandosi semmai dell’organico giusto, con le chitarre e il clavicembalo (da lui suonato), e con la capacità di creare un sapiente collegamento tra palco e buca.

Un protagonista assoluto della scena come Ruggero Raimondi, ha avuto l’umiltà di essere un “semplice” Don Basilio offrendone un’interpretazione squisita, polveroso nel costume ma coloratissimo nella vocalità: bella, imponente, a tratti cinematografica nel disegnare la “storia della calunnia”.

E poi accanto ad un’ottima Rosina (Serena Malfi), ad un godibile Almaviva (Zeffiri), a una deliziosa Berta" (Olivera) e ad uno strepitoso Don Bartolo (Carlos Chausson), tutta la verve e la bravura di Massimo Cavalletti che ha delineato un Figaro pieno di charme, giovane e divertito ma nello stesso tempo consapevole del proprio ruolo di factotum dei sogni e dei fatti altrui.

La voce di Cavalletti è ricca, sontuosa nei colori, capace di cesellare la cavatina con la grazia di alcuni quadri del Goya; il talento teatrale è notevole come la sensazione che manda di avere già in mano il mestiere, di essere animale da palcoscenico.zurigo_1

Se saprà gestire (come sono sicura farà) in modo intelligente la carriera potrà dare molto… moltissimo al teatro d’opera e al pubblico.

Dopo “Il Barbiere” mi rituffo assai volentieri nelle mie esplorazioni.

Zurigo è una città che gioca ad altissimo livello con l’estetica: penso che questo spieghi il suo rapporto con l’opera, con le produzioni scelte. Nei negozi si sperimenta, si combatte con gli spazi, amandoli e squarciandoli senza ritegno… alla ricerca della realizzazione di un’idea. Il nuovo entra nell’antico intagliandone l’anima per ritrovarne il senso. Qua si fanno gli accostamenti più azzardati, assai più liberi dalle regole del grande turismo che in parte vincolano città come Londra, Barcellona…

Botteghe orafe con il banco di lavoro a vista, trucioli di legno che lambiscono gli abiti appesi in un raffinato alla meno peggio, coiffeur “improbabili” perché relegati nel soppalco quando il pianterreno è regno di vecchi grammofoni, oggetti dismessi e matasse di filo che servono ancora nel negozio contiguo, dove si cuce il nuovo e si rammenda il vecchio.

Anche in teatro si sperimenta e l’Opernhaus ne è un esempio, proponendo spesso allestimenti in totale contrasto con la sua placida bellezza, di conchiglia preziosa.

Un Otello che fa esultare e muore in un futuro spaziale, una Traviata tratteggiata con poche linee per creare l’illusione di una campagna felice, un Don Carlo impantanato tra il suo tragico Cinquecento e un inquietante presente, un’Ifigenia schiacciata dalle immense teste da marionetta, una Turandot che si vede schiaffare nel suo mondo un arrogante macho in giacca di pelle e computer… l’Opernhaus è questo e molto altro nella strabiliante gestione di Alexander Pereira.

La capacità d’intendere l’opera come prodotto artistico, perfettamente inserito nel mercato, perché solo così diventa oggetto vitale e non pezzo da museo.

Quindi grandi interpreti, regie che fanno discutere, repertorio consolidato ma anche proposte innovative, giovani artisti da far crescere sul palcoscenico… una politica gestionale che indubbiamente paga!

Sabato e domenica ho avuto occasione di visitare un’esposizione-vendita di più di 700 costumi di produzioni ormai in disuso. C’era una fila enorme di appassionati, gente comune, soprattutto una marea di giovani.

Hanno comprato di tutto, perché molti abiti erano portabilissimi, mentre altri potevano essere perfetti per la sera o ottimi per compagnie sperimentali.

Si potevano vedere nella grande stanza sotterranea che viene usata anche per le conferenze degli artisti o per il cenone del 31 dicembre. Ho provato un’emozione strana, complessa… il solito piacere di vedere e toccare gli abiti, il fascino di vederne di mai visti, la soddisfazione di vedere tanto interesse, l’attenzione nel riconoscere quelli che conoscevo… il dolore di veder morire una produzione.

zurigo_4Aveva ragione Shakespeare: siamo fatti proprio della stessa pasta dei sogni!

Zurigo come ho detto ha un rapporto particolare con la bellezza e come tutte le città del Nord Europa ama i fiori. Li usa, li acconcia, li espone nei negozi, sulle bancarelle con infinito gusto e capacità compositiva.

Sono piccoli inni alla vita, alla luce. Forse noi italiani non ne abbiamo bisogno, ma che tristezza tanti nostri fiorai paragonati a questi capaci di donare l’essenza della natura con materiali meno sontuosi dei nostri.

Sembra quasi che qua ci sia la bramosia di prendere quello che la vita offre. Ma con una sicurezza pacata, che scintilla come il ghiaccio. Quello che ho visto tanti anni fa sgorgare cristallizzato dalle tante fontanelle di questa città. Che notte fatata!

Quella sensazione di magia non mi ha più lasciato e mi legherà per sempre a Zurigo.

Ho visto tante produzioni qua e quasi sempre mi hanno fatto pensare, anche quando non mi piacevano o non condividevo l’idea registica. Ho sempre sentito ed apprezzato comunque il grande lavoro che c’era dietro, l’accuratezza dell’ideazione e della realizzazione. L’Opernhaus è uno dei teatri dove ancora si da un grande valore alle prove.

Penso che ne sia un grande esempio “Electra” che ho avuto l’imperdibile occasione di seguire alla prova generale. Direzione di Daniele Gatti, regia di Martin Kusej: un pugno nello stomaco, un’ora e quarantacinque minuti di tensione, di musica complessa che ti si catapulta addosso e ti porta dentro di sé.

Riconosco la mia (finora) scarsa frequentazione dell’opera in lingua tedesca, la difficoltà che ho sempre provato ad avvicinarmi ad un teatro dove non capisco la parola, ma il fascino di musica e dramma sta bussando forte e …non aprire la porta diventa difficile!

Ho colto quindi al volo l’invito di Massimo Cavalletti per la generale. Era un’occasione perfetta per conoscere qualcosa d’ignoto… Il primo impatto con la musica è stato travolgente. Strauss per un orecchio non “allenato” prende, ti strapazza, gioca di dissonanze, non fa sconti… ed è bellissimo, attuale e misterioso.

Il Maestro Gatti ha trovato tutto il sontuoso dell’orchestra, dispiegandolo pur nell’assoluto rigore. Le voci poi, usate in un canto lunghissimo, che non ha quasi fine, hanno assunto una sonorità per me impensabile.

La protagonista, Electra, non lascia praticamente la scena e spreme il suo dramma con un’intensità teatrale e drammaturgica che è poesia pura, dura… “brutta” anche… ma autentica.

Una regia estremamente interessante, violenta ed aggressiva ma mai gratuita o volgare nel senso limitativo del termine. Electra si muove in uno spazio divenuto tragico luogo di perversione, con le ancelle trasformate in cameriere sadomaso, terra di passaggio per necessarie esecuzioni, dove tanta violenza reale e psichica produce un manicomio nel quale i corpi assieme al senno hanno perso anche la Grazia del movimento.

In scena tutti gli artisti impegnati (coristi, danzatori) hanno saputo usare il corpo come strumento “forte” di comunicazione, anche nella drammatica scena di nudo, per niente gratuita (come tanto spesso accade) ma in perfetta sintonia col significato dell’opera, semplicemente un accrescitivo per far passare un certo messaggio.

Grandiosi tutti i protagonisti da Emily Magee, struggente Crhrysothamis, ad Agnes Baltsa, ieratica Klytamnestra, a Martin Gautner -Orest e Rudolf Schasching –Aegisth diversamente ma ugualmente tragici nel loro essere uomini, fino a Eva Johansson, una Electra di rara intensità vocale e scenica.

La mia trasferta a Zurigo è stata preziosa, densa di spunti di lavoro e suggestioni ed ha avuto un interessante epilogo, una lunga chiacchierata in treno, con Massimo Cavalletti.

Non era la prima volta che avevo modo di confrontarmi con Massimo e so quindi di poter raccontare in modo soddisfacente il suo pensiero e la sua avventura.
 
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