Finalmente una Vie de Boheme!!!
Una “Bohème” da incorniciare. Un cast strepitoso per un’opera che in mano a questi cantanti e al Maestro Zanetti ha ritrovato tutta la freschezza della partitura e i colori emotivi di Puccini. Elementi troppo spesso perduti in esecuzioni senza nerbo, di brutta routine, con cantanti fuori ruolo.
“Bohème” come tutte le cose apparentemente semplici, che ognuno pensa di conoscere e possedere, è, nella realizzazione, di estrema difficoltà. Teatralmente bisogna “esserci”. Puccini, soprattutto in questo caso, non fa sconti!
Sei persone in scena con lo scopo di creare gruppo, complicità…persone che devono aver voglia di ridere, scherzare, soffrire assieme…altrimenti l’ opera muore di consunzione!
Un caso sfortunato per l’Opernhaus, la necessità di sostituire le ultime due recite di “Anna Bolena” con un’altra opera, ha prodotto due serate magiche.
Con grande duttilità psicologica e professionale Eva Mei (Bolena) Carlo Colombara (Enrico VIII), Massimo Cavalletti (Rocheford) e il Maestro Zanetti hanno accettato di trasformarsi in bohèmiens!! Questo cambiamento di programma ha permesso di avere in scena un Colline una Musetta del calibro di Colombara e della signora Mei.
Per usare un aggettivo abusato ma in fondo (quando è azzeccato) assai carino…la presenza di questi artisti ha permesso all’Opernhaus di offrire al suo pubblico un cast stellare, con Inva Mula e Jonas Kaufmann a completare “la bella compagnia”.
E’ la prima volta che mi capita di vedere un’autentica “Vie de Bohème”, dove la storia d’amore tra Mimì e Rodolfo non predomina ma diviene elemento di un riuscitissimo affresco.
I sei protagonisti (ai già citati c’e da aggiungere Cheyne Davidson) mi hanno fatto dimenticare una regia bruttina, a volte senza senso (perché trasformare il II atto in un Carnevale?). E questo non soltanto per merito delle loro gran belle voci, ma essenzialmente per la loro capacità di recitare, di essere il personaggio, di dare anima al ruolo.
Massimo Cavalletti è sicuramente il Marcello del presente e del prossimo futuro. Un Marcello di riferimento per il fascino della voce, per la pastosità del timbro e per una ricchezza inusuale nel delineare la personalità del pittore: concreto, ironico, romantico sotto la scorza…giovane non soltanto nel fisico ma soprattutto nell’anima.
Inva Mula è stata una deliziosa Mimì, per la capacità di toccare sia l’aspetto tenero e sognatore che quello coraggioso e dolente del personaggio.
Cheyne Davidson mi ha riconciliato con Schaunard. Ho sempre trovato un po’ noiosa la storiellina del pappagallo…Davidson invece è stato bravissimo a “schizzarla” come un disegno e a dare per tutta l’opera un insolito spessore, una piacevole maturità al suo personaggio.
Non avevo mai sentito Jonas Kaufmann dal vivo e ne avevo curiosità. Se mi è piaciuta la sua vocalità, che ho trovato particolare, ben caratterizzata e bellissima negli acuti, è la recitazione che mi ha veramente colpito.
Aiutato dal fisico così aderente al personaggio e da un eccellente modo d’interpretare, Kaufmann è stato un Rodolfo perfetto, molto interessante per la fragilità smarrita che nei giusti momenti comunicava.
Carlo Colombara è l’altro dono fattoci dal Teatro di Zurigo! Reduce da un grandissimo Enrico VIII (uno dei suoi ruoli di eccellenza) si è trasformato in un Colline…da incartare e portare via!
Partecipe a tutte le avventure, spiritoso… tanto da mostrarsi in mutande!.., timoroso dei lacci d’amore ma non delle belle donne, danzatore/ice esilarante se pur non proprio vezzosa…, saggio quanto basta, il suo Colline ha ritrovato completamente lo spessore e il senso voluto da Puccini. Colombara ha costruito un giovanotto allegro, filosofo per il piacere di sfuggire un po’ alla realtà, onesto con la vita e dolorosamente consapevole che la vita di bohème sta finendo.
In “Vecchia zimarra” ha delineato uno stato che si è percepito con autentica commozione. E tutto quello cantando la romanza per quello che è: una riflessione, un mesto addio alla giovinezza, la rinuncia alla sicurezza di ritenersi non scalfibile dalla vita. Colombara ha usato il colore più intimo della sua splendida voce, proponendo al pubblico un approccio inusuale al personaggio. E il pubblico ha profondamente sentito la giustezza di questa scelta.
Bravi, tanto, anche gli interpreti dei, cosiddetti, ruoli minori e gli artisti del coro.
Mi è piaciuta molto anche l’impronta data dal Maestro Zanetti: la sua Bohème è rapida, scattante eppure intensa e piena d’emozione.
Una piccola nota prima di concludere… Puccini è quell’autore che, secondo i luoghi comuni, sapeva raccontare solo l’universo femminile. Peccato (smentendo la baggianata!) che i quattro bohèmiens esprimano perfettamente l’allegria e lo sfottò che è tipico dello stare insieme dei maschi, non solo ragazzi ma anche grandicelli!!! Forse gli uomini sono eterni adolescenti ma siamo così sicure che in fondo non ci piaccia parecchio anche questo loro aspetto e non ci faccia un po’ invidia??!!