Josè Cura debutta Rodolfo

Evento: La Boheme

Dove:   Opernhaus di Zurigo

Quando: 20 Marzo 2010

28 Marzo 2010

 

    Zurigo, 19-03-2010

    L’ATTESA…

     

    Il debutto di José Cura in questo ruolo è particolarmente interessante per una serie di motivi.

    Premetto che queste note sono state scritte prima di aver visto lo spettacolo, perché volevo riflettessero le curiosità e i dubbi provati.

    Direi che proprio la curiosità è l’emozione più forte. M’intriga vedere come Cura affronterà un personaggio apparentemente più “leggero”, apparentemente meno complesso rispetto a quelli che di solito ama.

    Rodolfo generalmente viene risolto come un semplice innamorato alle prese  con una storia dall’epilogo infelice; per me ha molto di più perché per la prima volta, dopo il famigerato romanticismo, si chiede ad un amante di esprimersi con parole semplici, quotidiane e di fotografare appunto una storia fresca, carina ma normalissima, dove non esiste niente di grande, di eroico.boheme4

    Credo che ciò possa permettere a Cura di agire di sottrazione, creando un personaggio che potremmo incontrare al bar sotto casa, attualizzando così l’opera fino all’estremo.

    Nello stesso tempo mai come in Bohéme, Puccini lavora sulla parola, sul piacere del dialogo teatrale,dando all’interprete un’occasione imperdibile.

    Ovviamente drammaturgicamente si tratta di un’opera scintillante, piena di umorismo e di lievissima malinconia, che racconta in maniera squisita l’amicizia tra uomini, la solidarietà femminile e l’amore.

    Cura dovrebbe andarvi a nozze: penso al rapporto con Marcello, alla scena del Caffè Momus, al mio adorato “atto della neve”. Aspetto poi con attenzione ciò che accadrà dal “Sono andati…” per arrivare al micidiale “Che cos’è quell’andare…” il più bel finale d’opera che esista, azione scenica che diventa sublime per desolata semplicità e poesia.

    Ho sempre pianto a questo punto, ma non ho mai sentito pronunciare queste parole come le vorrei. Chissà se Cura saprà farlo…

    Perplessità…qualcuna. Sono abituata a considerare Rodolfo un tenore lirico e non so come saprò vederlo con una voce più scura. Anche la fisicità di Cura è diversa rispetto a quella che ho abitualmente attribuito al poeta. Quindi m’incuriosisce vedere se questi dubbi potranno essere risolti positivamente.

    Per il resto Zurigo è una garanzia di produzioni interessanti, di cast più che soddisfacenti, di esecuzioni musicali ragguardevoli. Quindi, sorseggiando un cappuccino al bel sole del lago, non mi resta che attendere domani!

     

    Zurigo, 20-03-2010

    QUATTRO MOSCHETTIERI ALL’OPERA…

     

    “Ah gioventù mia tu non sei morta ne di te morto è il sovvenir!”… Tutto il senso della Bohéme è racchiuso in queste parole, incastonate da una musica prorompente, venata da un crescendo emotivo che è quasi la raffinata sublimazione di un orgasmo.

    Scritta da un uomo giovane, che per sua fortuna non ha mai smesso in tutta la vita d’innamorarsi, intrisa di Scapigliatura vissuta, di pranzi saltati, di paure e di sogni, Bohéme reclama giovinezza ad ogni nota.

    Giovinezza non tanto fisica, quanto dell’anima…mentale! E purtroppo in questa produzione non se ne è proprio vista. Tutto mi è sembrato ingrigito da una ventata di imborghesimento delle emozioni, all’antitesi del senso profondo di Bohéme.

    Ho trovato profondamente discutibile la regia, non tanto perché non mi sia piaciuta (i gusti sono personali) quanto perché ho trovato non condivisibile l’uso spregiudicato che si è fatto del libretto, ignorandolo in modo troppo palese.

    Personalmente apprezzo le trasposizioni temporali quando sono funzionali e suffragano un’idea che il regista ha colto all’interno dell’opera. Il tanto discusso “Otello” spaziale, andato in scena proprio all’Opernhaus  nel 2002, ovviamente aveva grandi libertà nei confronti del libretto, ma tutte le scelte erano state fatte per comprendere e sottolineare meglio la fredda, terribile violenza di Otello. In definitiva l’essenza dell’opera era stata perfettamente rispettata e valorizzata.

    Qua invece Philippe Sireuill ha “dimenticato” a mio avviso il libretto senza alcun motivo logico.

    boheme1Poteva essere pertinente la trasposizione in abiti moderni e può far sorridere di disappunto nel primo atto pensare che Marcello e Rodolfo vorrebbero bruciare… delle sedie di formica, ma perché alla fine dello struggente terzo atto far uscire Mimì ancora da sola, in totale contrasto con la musica e con il pathos emotivo che questa suggerisce?

    Soprattutto perché trasformare la  fiera della Vigilia di Natale del secondo atto in una patetica carnevalata alla meno peggio? Mi spiace trovarmi in contrasto con il lavoro di un uomo di teatro che ovviamente merita rispetto, però credo si debba difendere il senso di un’opera d’arte e la specificità della regia.

    L’inverno, il freddo del paesaggio, il contrasto con la passione dei ragazzi, il pulsare del quartiere Latino…dove sono?! Bohéme è un’emozione continua, sa di eccitazione, gioco, chiasso…vita che si presenta… e qua?!

    Il terzo atto poi, quello della neve, non ha l’ovattata stanchezza dei risvegli invernali, la pesantezza del lavoro, la disperazione degli amanti.

    Ho visto una messinscena che per il mio sentire a volte era irritante, ma più spesso scialba, insipida.

    Gli interpreti: penso incolpevoli, ma non sufficientemente grintosi da prendere in mano la situazione.

    Tralasciamo il coro, per niente sfruttato nella sua ormai nota e assoluta bravura “teatrale”, e ha potuto risaltare soltanto musicalmente.

    Mimì infagottata in abiti eccitanti quanto una camomilla. Purtroppo da una cinquantina d’anni spopola tra registi, costumisti e naturalmente cantanti l’idea, assolutamente peregrina leggendo Puccini, che Mimì non viva da sola al Quartiere Latino, che non ami graziosamente civettare, che non sia sul punto di farsi mantenere dal Viscontino…insomma una pudicissima Santa Maria Goretti con buona pace di Illica, Giacosa, Puccini e di tutte le giornate e nottate che hanno perso per fare un capolavoro!

    La Mimì di Adriana Damato è sicuramente ben cantata ma poco scavata come personaggio e forse qui il rapporto regista-personaggio-interprete non si è realizzato compiutamente.

    Anche la Musetta di Christiane Koll scorre via senza troppi brividi: corretta, ma niente di più. Anche qua la sensazione è che dalla cantante si potrebbe ottenere di più.

    Ma la Bohéme è soprattutto l’opera dei 4 amici, di quei ragazzi alle prese con il mondo e con la vita, che Murger definisce un gruppo così unito da ricordare i 4 Moschettieri.

    In scena non ho sentito molto questo: corretti, dignitosi, ma senza emozione, senza il piacere del gioco, dello sfottò, del corteggiamento. Forse qualcosa si è un po’ risvegliato nel quartetto del quarto atto e anche qua mi viene da pensare che la bravura indiscutibile e la sensibilità di Cheyne Davidson (Shaunard), Andreas Horl (Colline), Gabriel Bermudéz (Marcello) avrebbe potuto dare di più.

    La sensazione è quella di una bella occasione mancata…

    E José Cura?! Lontano…lontano da Rodolfo, dai colori del personaggio, dalle emozioni d’amore…

    Non ho trovato l’interprete che apprezzo e ammiro come uno dei più intensi e accurati. Ho avuto la sensazione che non ci fosse l’anima ma soltanto il mestiere, naturalmente grandissimo.

    Rodolfo è giovane, ma non solo anagraficamente: lo è dentro, come lo era Puccini non soltanto quando lo ha creato ma anche quando è morto (lettere docent!)boheme3

    Cura non ha reso completamente questa giovinezza, questa grazia meravigliosa che permeava tutto il suo Dick soltanto qualche mese fa.

    Mi sono mancati la sensualità tenera e spavalda del primo atto, le sottigliezze del secondo, la disperazione struggente del terzo atto, il dramma inatteso del finale.

    Torno a dire l’anima, mi è mancata quella… quell’aderenza intima che ha reso uniche le interpretazioni di Cura e che mi rende così esigente nei suoi confronti.

    Vocalmente i colori scelti sono stati a volte troppo intensi, a mio gusto, per il ruolo e anche l’uso della parola non mi pare sia stato sfruttato da Cura sino in fondo, con l’abituale infallibilità.

    Naturalmente ho voglia di “rivedere” questa produzione e soprattutto Rodolfo-José perché credo che in questo ruolo possa trovare delle soluzioni drammaturgiche interessanti maggiormente in sintonia col personaggio.

    Non è ancora tempo per lui (ne sono sicura) di tramutarsi nel placido signore che ho visto sul palcoscenico lasciando forse per una volta forse il suo cuore, le sue intuizioni e il suo coraggio fuori della scena!

     

    Zurigo, 28/03/2010

    JOSE’ CURA…ANIMA, CORPO, CUORE, ASSIEME ALL’ENORME MESTIERE. UN GRANDE REGISTA DI SE STESSO

    BARBARA FRITTOLI, IL SUO MI CHIAMANO MIMI’ UN’ISTANTANEA SUL PROPRIO MONDO COSTRUITA CON LA SCANSIONE E LA LUCENTEZZA DI UNA VETRATA DI CHAGALL.”

     

    Parlare di questa recita mi da la possibilità di allargare la visuale, proponendo una serie di considerazioni che esulano dalla serata stessa.

    Alla base del mio lavoro c’è l’interesse per l’interprete e per la sua capacità di rendere viva la musica-parola scritta. Credo fermamente che sia il cantante lo snodo principale della realizzazione scenica.

    Come regista penso che una messinscena richieda il pieno coinvolgimento e l’adesione totale degli interpreti.

    La Bohéme del 28 marzo, a mio avviso, ha dimostrato ampiamente la validità di questo presupposto.

    Su una produzione che continuo a considerare modesta, Barbara Frittoli, con un José Cura molto diverso dalla settimana precedente, ha innestato un’energia e un pathos di grande suggestione e soprattutto necessari per la buona realizzazione dell’opera.

    Tutto e tutti (gli altri interpreti) hanno molto funzionato perché la coppia principale ha potenziato e trainato gli altri nel senso migliore del termine.

    Il teatro è equipe e Bohéme lo è a 360°!

    Frittoli-Cura assieme hanno una marcia in più, giocano un’alchimia di profonda sensibilità scenica che ha già prodotto Otelli memorabili.

    José Cura…è tornato. In questa recita c’era completamente: anima, corpo, cuore assieme all’enorme mestiere.

    Forse non il ragazzo spensierato che Rodolfo dovrebbe essere, ma un uomo tenero, curioso d’amore, allegro con gli amici…ancora pronto a scoprire e a scoprirsi. I remi emotivi del Maestro Cura non erano più in barca ma… nuovamente nell’acqua!!

    Vocalmente ho apprezzato molto l’uso accurato della potenza vocale, la scelta raffinata dei colori che hanno portato alla costruzione di un Rodolfo tenero e convincente.

    La mia tecnica di lavoro si basa molto sui particolari, quelli che il pubblico percepisce senza rendersene perfettamente conto. Cura ha lavorato di cesello, confermandosi un grande regista di se stesso.

    Penso al “Si” del primo atto, in risposta al “Lei m’intende?” di Mimì. Un monosillabo che avrei voluto filmare e far vedere agli studenti per far capire come e con cosa si costruisce uno stato d’animo e soprattutto si passa alla partner e al pubblico un’emozione.

    Rodolfo in quell’attimo aveva smesso di scherzare ed era totalmente esposto nei confronti di Mimì, dandole la sua accoglienza e quella scintilla che… è l’inizio dell’amore.

    Cura ha colorato di grazia avventurosa il corteggiamento del secondo atto ed ha trovato tutta l’impaurita malinconia nell’atto della neve, quando la crudeltà del destino bussa alla porta.

    Barbara Frittoli una Mimì credo senza paragoni. Un equilibrio perfetto di fascino, dolcezza, malizia, dolore legati da una vocalità morbida ed incisiva.

    Il suo “Mi chiamano Mimì” è veramente un affresco di vita, un’istantanea sul proprio mondo costruita con la scansione e la lucentezza di una vetrata di Chagall.boheme2

    Poi tutto il corteggiarsi, lo scoprirsi reciproco…un gioco di teatro perfetto tra questi due grandi artisti che sanno intendersi alla perfezione. Gioco che è proseguito in un godibilissimo secondo atto, quando Frittoli-Cura mai hanno smesso di “tessere” la storia, con piccoli gesti quotidiani (le cucchiatine di crema scambiate, i commenti di Rodolfo sulle sfortune amatorie di Marcello…) che hanno mostrato come si debba far teatro sempre e comunque stando in scena…perché la storia e il pathos emotivo continuano anche quando non si canta o si sembra un po’ defilati dal centro dell’azione!

    Stavolta mi sono trovata gli occhi umidi già al terzo atto, innegabilmente il mio preferito. La signora Frittoli non ha mai fatto perdere alla sua Mimì l’annichilito dolore di chi ha scoperto che non ha più molto tempo da vivere e tutto il duetto è entrato in una luce struggente e straziante assieme, senza perdere quel filo di speranza, quella leggerezza giovanile che non abbandona mai Bohéme.

    Nel “Sono andati” è stato ancora la proiezione di tanti momenti felici, il ripercorrere tenero e appassionato della vita insieme. Mimì è stata sostenuta da un Cura-attore sollecito, quotidiano, capace di creare una nicchia protettiva riservata soltanto a loro.

    Per il finale…cosa dire? Perché Puccini ha deciso di prendere l’anima a noi gente di teatro e a voi, pubblico?

    Poche battute dove tutto si gioca, dove dalla speranza assurda ma tanto umana del “Vedi…è tranquilla” (che Cura dice in modo meraviglioso con una voce tragicamente speranzosa e normale) si passa al realizzare che forse tutto è finito e quindi il “Che cos’è quell’andare e venire?” diventa la frase più crudele e spiazzante di tutta l’opera: in questo momento Rodolfo percepisce che sta per frantumarsi il suo mondo.

    Attimo di sospensione tragica e assoluta affidato da Cura ai colori di chi sta guardando la propria anima che si spezza.

     
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