La Fanciulla del West - Oslo

Evento: La Fanciulla del West secondo Robert Carsen

Dove: Der Norske Opera - Oslo

Quando: 12-14 dicembre 2009

Con questo articolo desideriamo aprire sul nostro sito le celebrazioni per il Centenario di Fanciulla.

Lo facciamo volentieri poiché si tratta di una delle opere più ricche musicalmente e teatralmente: purtroppo anche  una delle meno apprezzate dal grande pubblico.oslo_1

E’ un piacere inoltre parlare di una produzione profondamente riuscita, tanto da smentire ampiamente il luogo comune che l’opera italiana sia lontana, come capacità esecutiva, dalle corde emotive dei paesi del profondo Nord.

Questa produzione in realtà viene dalla Vlaamse Opera di Anversa, con regia del canadese Robert Carsen, ma è stata realizzata con notevole maestria proprio in Norvegia.

Per essere una Fanciulla di quasi cento anni, nata  il 10 dicembre 1910, si tratta di un’opera profondamente giovane: nella drammaturgia, nella musica, nelle parole che usa e nelle emozioni che suscita.

Moderna, lontana dall’immaginario collettivo operistico, per il pubblico non è mai stato possibile iscriverla in uno schema, e questo destabilizza un pò in platea come in scena!

La Girl spiazza nella stessa idea che comunemente si ha di Puccini: quella di un perfetto creatore di “donne”, cioè di personaggi femminili splendidamente padroneggiati. Giacomo, però, è un uomo e conosce bene i suoi simili.

In “Fanciulla” dall’inizio alla fine ci parla soprattutto della psicologia maschile, in un intarsio di emozioni che sono malinconia, solitudine, desiderio represso, bisogno di amore, solidarietà, possesso e tanto altro ancora.

Per gli artisti del coro e i comprimari (tutti uomini escluso Wowkle) si tratta di un’opera da godere appieno, dove tutti possono ritagliarsi uno spazio per “essere visti” (nel senso migliore del termine). Con la bravura dei soli protagonisti “Fanciulla” perde il senso che  Puccini le ha dato: quello di un affresco dove nessuno è prescindibile.

Robert Carsen nella sua regia ha curato ogni personaggio, seguito nella produzione norvegese da comprimari di alto livello e da artisti del coro veramente tali, cioè in scena con voce, anima e corpo (non soltanto statuine poggiate ad una parete come spesso accade!).

Un’altra intuizione del regista molto interessante è stata quella di giocare su un doppio piano: quello reale e quello evocato sul palcoscenico dalla visione di un film western.

La storia è stata trasportata negli anni ’40 del secolo scorso, traendo emozioni e rimandi da un genere cinematografico, quello western appunto, che proprio in quelli anni si affermava nell’immaginario collettivo americano e europeo.

Nell’introduzione musicale, i minatori seduti di spalle al pubblico, in file come al cinema, guardano la scena finale di un film con H. Fonda. All’inizio del cantato si alzano lentamente e fanno delle mosse al rallenty che si leggono piano, piano come quelle degli eroi western: è come se le emozioni del film fossero entrate in loro e nel loro immaginario. Quanti uomini lo avranno fatto realmente in quegli anni… di rubare movenze ed anima ai cow boys!

Poi inizia la storia vera e propria e da subito il dialogo è “normale”, serrato…quello di un’attesa: della posta, di una giocata, di un sorriso, di un improbabile ritorno a casa, di un riscatto sociale e molto altro ancora.

Proprio il dialogo è un altro punto di forza di “Fanciulla”. E’ semplice, quotidiano passando dal malinconico, allo sfrontato, all’ironico. Questo libretto di Civinini/Zangarini è uno dei meglio costruiti con un perfetto rapporto espressivo tra musica e parola.oslo_2

Nei dialoghi tra Minnie e Dick la sintonia è perfetta, tanto da dare al duetto d’amore una struttura completamente nuova. Forse in nessun altra opera si trova la capacità di lavorare sul non detto, o meglio sul lasciato intendere, sull’appena accennato. La storia d’amore nasce con un uso sapiente delle azioni più semplici esistenti tra un ragazzo e una ragazza che si sono visti, piaciuti e si ritrovano.

Niente è gratuito o eccessivo in “Fanciulla”, per questo sarebbe utile farla conoscere meglio al grande pubblico e farne un banco di lavoro per i giovani artisti: qua infatti s’impara il mestiere nella sua essenza.

Quest’opera vuole spesso una dimensione intima, di confidenze gettate semplicemente per essere accolte. E’ qua che i due protagonisti, Marrocu e Cura, si sono trovati nella loro grande bravura d’interpreti.

Riguardo Cura spesso vengono citati Otello e Samson come suoi ruoli di riferimento ed è inevitabile visto il peso drammatico dei personaggi. Dick però non è da meno, seppur in modo diverso. La ricchezza drammaturgica del personaggio è meno evidente, con sfumature  crepuscolari ancora più difficili da raggiungere: Ramirez si è visto cambiare la vita da un giorno all’altro, dovendo definitivamente rinunciare alla normalità e a un buon inserimento sociale; vive un amore fatto di “qui ed ora” dove il futuro è incertezza. E’ tenero ma anche allegramente macho e soprattutto capace di sentire il rimpianto per quello che avrebbe potuto essere.

José Cura calza alla perfezione il personaggio (non meno di Otello e Samson), tingendolo di colori sfumati. In fondo un grande ruolo per essere tale non ha bisogno del “dramma”: molte emozioni passano nella quotidianità di Dick, come in altri uomini “normali” che Puccini ci racconta.

Naturalmente Johnson è un bandito ma è la sua psicologia che non ha bisogno del dramma per esistere teatralmente.

La bellissima voce di Cura è un balsamo per l’anima non soltanto nei dialoghi ma anche nelle due splendide romanze che mostrano Dick in tutto il suo coraggio.

Paoletta Marrocu è una Minnie di grande spessore scenico, capace di trovare la morbidezza e la forza di una ragazza che ha la vita nelle proprie mani, non dipende da nessuno e affronta le scelte con profonda onestà. La sua voce ha dialogato con ricchezza di colori e grande pertinenza psicologica con Dick, disegnando poi suggestiva romanza il profilo di un ricordo e di progetto. Brava!

Anche Jasons Stearns è stato un Rance di livello, improntato sui cattivi hollywoodiani, molto marcato nella caratterizzazione ma nel contempo calibrato nel definire l’etica psicologica che il personaggio deve rispettare. In tutto questo è stato sicuramente aiutato da una vocalità sicura e bella.

I comprimari andrebbero citati tutti per la totale aderenza ai personaggi e per aver così ben capito l’essenza della “Fanciulla”.

Quindi una produzione da ricordare con emozione, per l’amore che gli artisti hanno messo nel fare il loro mestiere, nell’abitare i ruoli, nel dare vita alla messinscena. Carsen è stato geniale nel racchiudere il secondo atto quasi in una scatola prospettica, con uno sgranato bianco e nero cinematografico, e poi nell’inondare di pathos l’ultima scena, quando Minnie e Dick rivelano la loro alterità, la possibilità che hanno di una vita migliore. Ai minatori non resterà che rientrare nella sala cinematografica per sognare ancora…e a noi?! Essere felici per uno spettacolo così bello.

 

Le foto sono di Christopher Hagelund e Nicolas Buisson

 
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