L'amara sconfitta del male...splendida rinascita del Mefistofele di Arrigo Boito a Monaco
La stagione lirica 2011/2012 dell’Opéra di Montecarlo si è inaugurata il 13 novembre scorso con Mefistofele di Arrigo Boito, opera rappresentata per la prima volta alla Scala di Milano nel 1868 e che ebbe ben due rifacimenti; la sua assenza dalle maggiori scene italiane è una mancanza imperdonabile per quei nostri teatri che dovrebbero puntare sulla riscoperta di un repertorio ormai, purtroppo, dimenticato.
Arrigo Boito fu una personalità eclettica e geniale, autore di poesie, di articoli di giornale, compositore, librettista, traduttore di testi teatrali…riuscì a condensare nella propria persona più attività tutte collegate tra loro dal principio supremo dell’Arte, che comprende anche le parole e la musica; la sua collaborazione con Verdi dette alla luce l’Inno delle Nazioni, il rifacimento di Simon Boccanegra, Otello e Falstaff, fu inoltre il librettista de La Gioconda di Ponchielli e scrisse ben tre opere (Mefistofele, Nerone ed Ero e Leandro, quest’ultima da lui stesso distrutta e dunque mai rappresentata). Grande ammiratore di Richard Wagner e di Weber riuscì a far rappresentare per la prima volta alla Scala Lohengrin e Die Meistersinger von Nurnberg e curò la traduzione italiana del libretto del Freischutz da rappresentarsi sempre a Milano, il Mefistofele è l’unione delle suggestioni verdiane, wagneriane e del Faust di Goethe.
Il teatro di Montecarlo, l’opera è stata rappresentata nel nuovo spazio del Grimaldi Forum, ha creato uno spettacolo tra i più belli cui abbia assistito, senza ostentare un’opulenza che oggi, anche qui, è impossibile dimostrare; il cast internazionale prevedeva il basso Erwin Schrott nel ruolo del titolo, Fabio Armiliato come Faust, Oksana Dyka nei panni di Margherita e Mirela Gradinaru come Elena di Troia ed era degno dei grandi spettacoli di quella che abitualmente si definisce l’età dell’oro dell’opera.
Fabio Armiliato era l’artista con più esperienza in questa produzione, ha lavorato con i registi più diversi e grandi e in questo allestimento che definirei “surrealista” è riuscito a creare un personaggio con mille sfaccettature, dalla malinconia del primo atto alla sfrenata bramosia di avventure che Faust dimostra negli atti del Sabba, all’amore malato per Margherita, a quello carnale per Elena per arrivare alla redenzione finale ed alla “bella” morte. Vocalmente l’opera presenta la novità di una declamazione in zona medio-acuta proveniente da Wagner e di una tessitura generale che interessa molto la zona di passaggio, Fabio Armiliato con la sua voce piena, corposa ed allo stesso tempo duttile è riuscito a dare di Faust un ritratto preciso anche dal punto di vista musicale meritandosi dunque il grande successo che lo ha accolto alla fine dello spettacolo e nei momenti salienti della partitura, come le due grandi arie “Dai campi dai prati” e “Giunto sul passo estremo” eseguite con particolare partecipazione emotiva che traspariva dalle inflessioni più dolci o drammatiche della sua voce. Accanto a lui il ruolo del protagonista era affidato al basso uruguayano Erwin Schrott che molti attendevano al varco per questa prova ardua da lui superata meravigliosamente, intanto Schrott possiede una vera voce di basso come pochi oggi ed ha un talento attoriale innato riuscendo così a creare con Armiliato una coppia affiatatissima e vincente. Il belcanto non è mai lasciato in secondo piano per creare effetti vocali che, oggi, risulterebbero assai datati ma tutto è inserito nella cornice di grande forza e austerità che Gianluigi Gelmetti crea dal podio intorno a questo personaggio.
L’interpretazione era anche per lui ottima perché Schrott ha saputo portare il personaggio a contatto con il modo di fare moderno pur mantenendogli una regalità che, volenti o nolenti, Mefistofele deve avere. Altra piccola nota di merito, i fischi che Mefistofele emette nella Ballata, cosiddetta del fischio, e nel finale erano veramente fatti da Schrott. Accanto ad un settore maschile così eccellente, coadiuvato anche dal Wagner/Nereo del discreto Maurizio Pace, si trovava una Margherita tra le migliori che oggi potremmo sperare: Oksana Dyka. 
Questo soprano ucraino ha tutte le carte in regola per divenire un’artista di cui i teatri, se guidati da persone competenti, potranno difficilmente fare a meno, una voce grande ma allo stesso tempo vellutata è accompagnata da una recitazione mai manierata eppure partecipe ed emotivamente molto presente; la celeberrima “L’altra notte in fondo al mare” strappa inevitabilmente l’applauso ed allo stesso modo esegue ottimamente la seguente aria “Spunta l’aurora pallida” ( che Boito aggiunse in una delle revisioni dell’opera) conclusa con le parole quasi parlate “Enrico…mi fai ribrezzo…”che la Dyka non grida, come tante altre Margherite, in maniera plateale ma che quasi sussurra.
Il cast era completato per le parti principali da Mirela Gradinaru che impersonava Elena ( alle volte sia Margherita che Elena sono interpretate dallo stesso soprano, le fece la Tebaldi per esempio nel
Il mezzosoprano Christine Solhosse impersonava sia Marta che Pantalis, rendeva il primo personaggio, vestita da signora di mezza età in tailleur, con civetteria e spiccato senso comico mentre il secondo in modo più statico; la voce non era grande ma capace di adeguarsi nel quartetto alla travolgente interpretazione degli altri artisti rendendo così una parte, considerata secondaria, più godibile anche scenicamente dal pubblico.
Venendo alla parte scenica, per lasciare i meriti del direttore d’orchestra all’ultimo e più importante posto, sono rimasto davvero colpito dall’originalità dello spettacolo e dalla sua efficacia, pur trattandosi di un allestimento moderno ( essendo poi io un grande conservatore, su questo argomento) e quindi non sempre rispettoso delle indicazioni librettistiche. Boito però, affrontando un soggetto così radicato nel romanticismo ma anche così universale, è riuscito a creare qualcosa che può essere ambientato in ogni epoca essendo eterne ed infinite, purtroppo, le lotte tra Bene e Male e quindi tra Dio e Satana. Jean-Louis Grinda, direttore artistico dell’Opéra di Montecarlo, era regista dell’opera ed il suo lavoro unito a quello di Rudy Sabounghi per le scene, Buki Shiff per i costumi e Laurent Castaingt per le luci ha sortito una messa in scena elegante, fine e mai sopra le righe. Un bianco/grigio chiaro era il colore dominante di tutte le scene che si rappresentavano “incorniciate” da un rettangolo ligneo che copriva i quattro lati della scena, talvolta una parete lo chiudeva sul dietro formando (nel primo atto e nel prologo) la stanza di Faust, vuota, deserta come la sua anima e solo nell’ultimo atto si apriva una delle tavole di legno per mostrare una piccola porzione di cielo che era il luogo dove Faust, spirando, poteva finalmente giungere. Le accortezze del regista erano molte e tutte volte a consentire una recitazione spontanea agli artisti, due momenti in particolare mi hanno colpito e cioè nel primo atto quando Mefistofele non appena entra nello studio di Faust pone in orizzontale la clessidra come a fermare il tempo, difatti il protagonista ritorna ad essere giovane e vitale, e nell’epilogo quando Faust, pronunciata la fatidica frase “Arrestati sei bello” riporta la clessidra in verticale stabilendo così il momento, tanto anelato, della morte. Ciò che Grinda, inoltre, ha saputo rendere bene è la stanchezza di Faust/Enrico nel girovagare senza mèta che compie con Mefistofele, quello svuotarsi dell’anima che lo porta a comprendere quale sia davvero la giusta strada da percorrere.
Le scenografie trovavano il loro culmine nella “nobile semplicità e calma grandezza”, per dirla con l’archeologo Winkelmann, dell’atto del Sabba Classico in cui la sagoma nera di un monte greco con le rovine di un tempio e di una città si stagliava sul fondale illuminato da una luce giallo-violacea di grande effetto. I costumi poi erano ben disegnati, eleganti e si addicevano ai personaggi; nella festa a Francoforte sul Meno del primo atto, il popolo in festa era vestito come per carnevale ma i colori erano accostati tra loro finemente in modo da non stridere mai gli uni accanto agli altri.
E veniamo alla conclusione parlando di Gianluigi Gelmetti, direttore che come sempre ha saputo trovare la chiave interpretativa giusta per questo lavoro oggi
emisconosciuto e che lui ha fatto rinascere infondendogli una forza drammatica mai volgare eppure così pronunciata, allo stesso modo sono risultati efficaci i momenti lirici o quelli più epici come il Prologo e l’Epilogo; da sottolineare poi il sempre ottimo rapporto che Gelmetti ha creato tra buca e palcoscenico senza alcun errore negli attacchi dei singoli artisti e del coro. Mi è piaciuto molto il tempo scelto da Gelmetti nel Prologo che è divenuto più fluido e meno marmoreo come spesso si vuole far sentire, così la prima aria di Faust “Dai campi, dai prati” è stata staccata con un tempo insolitamente veloce e giusto però, perché quelle parole che Faust pronuncia non sono altro che suoi pensieri sulla propria condizione rispetto al mondo e a Dio e i pensieri corrono veloci nella mente.
Ultima nota di merito al maestro del coro, Stefano Visconti che ha guidato circa 150 coristi dell’Opéra di Montecarlo e dell’Opéra di Nizza con risultati stupefacenti di compattezza e precisione musicale, il coro dei bambini era sempre diretto dal maestro Visconti ed era la Chorale de l’Academie de musique Fondation Rainier III. Un grazie a Montecarlo, questa splendida città, che ha voluto regalare a noi la possibilità di assistere ancora una volta a un capolavoro assoluto del melodramma italiano che purtroppo sembra essere dimenticato a favore di titoli più noti ma forse meno meritevoli, che fanno però entrare più soldi nelle tasche dei dirigenti dei teatri, ma qui inizierebbe un altro lungo discorso................
Didier Pieri