“SIMON BOCCANEGRA”LA NOSTALGIA DEL NON ACCADUTO.

Struggente è la parola che meglio descrive a mio parere il “Simon Boccanegra” andato in scena all’Opernhaus di Zurigo il 24 e il 26 marzo.

Un’opera bella nel senso più completo della parola, appagante come un frutto maturo, con una musica coinvolgente, nervosa a tratti, teatralmente perfetta.

Una musica che fa uscire la storia in tutta la sua potenza, dando voce alla ferita per quello che non è stato.

Il rimpianto di Simone e Fiesco è tangibile, sembra quasi di sentirne lo spessore e vederne il colore.

Naturalmente c’è tanto d’altro nell’impianto psicologico e teatrale voluto da Verdi: l’aspirazione alla libertà e alla giustizia, la pericolosità delle divisioni, l’incapacità di superare i limiti, l’abiezione e l’onestà d’anima.

Il “Simone” è interessante proprio perché ricco di contrasti sotterranei, messi costantemente in campo dalla musica, dove tutto è chiaroscuro, i valori s’intrecciano e i protagonisti possiedono luci ed ombre.

Giancarlo Del Monaco ha costruito una regia calibrata ed efficace, valorizzata da una scenografia superba, di grande eleganza e potenza.

Questa comunque resta una meravigliosa opera di cantanti, protagonisti assoluti delle emozioni da passare al pubblico.

L’Opernhaus ha individuato un grande cast, affiatato e coinvolto, dove tutti “c’erano”, anche coloro che pronunciavano poche battute come il Capitano di Pablo Ricardo Bemsch.

Incisivo Giuseppe Scorsin (Pietro) come l’Albiati di Cheyne Davidson, tragico nella sua mancanza d’anima.

Ailyn Perez è stata una riuscitissima Amelia per intensità vocale e capacità di calarsi nel personaggio, trovandone la dolcezza e la determinazione, come in un preannuncio di Desdemona.

 

Bella la voce di Fabio Sartori e  veramente grande Leo Nucci in una scelta interpretativa nella quale ha esaltato il coraggio e la sensibilità di Simone.

Carlo Colombara è stato un Fiesco assolutamente umano, nobile e palpitante,  con una psicologia sfaccettata dove la crudeltà non esiste, pur essendoci l’involontario abuso del proprio ruolo di padre.

Non mi piacciono le classificazioni vocali ma ascoltando Colombara in questo ruolo, seguendo i colori dati ad una frase, le punteggiature nei concertati, il gioco armonico nei duetti ho compreso che molto probabilmente una “qualità” nazionale esiste, come nei vini o nella pittura.

La voce di Colombara rappresenta tutta la profondità e la duttilità del basso italiano, dove la morbidezza si sposa alla potenza.

Nel duetto finale tra Simone e Fiesco, quando l’umanità dei due antagonisti è finalmente l’una di fronte all’altra, il pubblico è restato giustamente col fiato sospeso: il rimpianto per quello che non era stato, per la perdita di Maria, per le vite sciupate. era lì e ci parlava dalla scena. Grazie Carlo! Grazie Leo!

 
Condividi su Facebook