Un Puccini rosso, agrodolce, straordinario
Incontro con Fabio Armiliato in occasione del suo nuovo cd dedicato a Puccini
Fabio Armiliato è un artista di grande classe e raffinatezza, quindi anche il suo CD Nessun dorma-Armiliato sings Puccini, Orchestra e Coro della Fondazione Arena di Verona, Marco Boemi direttore, Decca, si presenta come un prodotto elegante e pieno di fascino.
Armiliato segue attentamente la ricerca vocale del Maestro Puccini, individuandone i meccanismi e sottolineando gli aspetti più significativi.
La sua dizione precisa e sicura permette di assaporare il colore e il sapore delle parole pucciniane, come l’uso attentissimo dei termini che divengono in questo compositore precisi elementi scenici.
Mai arrogante o eccessivo, Armiliato offre un modo di cantare che si dispiega giocando sulle sfumature, con l’intento di togliere i brani (forse più amati dal pubblico) dalla semplice routine.
Ascoltandolo è facile immaginare cosa può accadere in scena, sentire lo spessore dei personaggi e il loro fascino.
La voce particolarmente elegante e cristallina di Armiliato disegna un percorso completo, trovando momenti di grande suggestione in brani tanto diversi tra loro come il Donna non vidi mai, l’ Addio, fiorito asil o il Firenze è come un albero fiorito …per non citarne che alcuni.
Sicuramente tra il grande tenore e il Maestro Puccini e si è creato un feeling che è destinato a conquistare il pubblico!
SG Perché hai deciso di esplorare Puccini?
Credo che il motivo principale sia stato quello di aver cantato tutto Puccini ad eccezione delle due opere giovanili: Le Villi, Edgar, e naturalmente… Suor Angelica, per ovvi motivi! Questo cd in definitiva è stato la naturale conseguenza del fatto che conosco benissimo il repertorio: Tosca è l’opera che ho cantato di più in assoluto (140 recite), Butterfly è addirittura una delle prime opera che ho cantato, Boheme l’ho interpretata molto all’inizio della mia carriera; persino Tabarro, che ho fatto una volta soltanto a Nizza ha dato però una grandissima soddisfazione sia a me che, devo dire, anche al pubblico.
Ho esplorato l’universo dei personaggi maschili pucciniani partendo fondamentalmente dal contatto col palcoscenico e con il pubblico: quindi la scelta è stata abbastanza naturale. Ho cercato di portare sul disco proprio la realtà vissuta sul palcoscenico e questo mi è stato riconosciuto da molti critici come l’aver cercato anche le differenze tra brano e brano, ruolo e ruolo, sfruttando la mia frequentazione dei personaggi.
SG Quindi un contatto strettissimo tra quello che è scritto in partitura e quello che poi si può realizzare concretamente…
In un disco fatto in studio si può approfondire di più l’interpretazione, si possono approfondire maggiormente le dinamiche, e si può lavorare sui dettagli, cosa che sul palcoscenico dal vivo non sempre è possibile.
SG In questa ricerca, in questo approfondimento qual è il personaggio che ti ha intrigato di più e che potremmo dire ti ha conquistato?
Sono sempre stato innamorato di Des Grieux perché forse è il personaggio più complesso e più difficile in assoluto tra quelli pucciniani; credo che la sua scrittura vocale lo ponga tra i ruoli più impegnativi nel repertorio tenorile italiano. Ci sono frasi lunghe, duetti lunghissimi che indubbiamente risentono dell’influenza wagneriana, infatti qui i paragoni con Wagner sono più stretti rispetto al resto della produzione pucciniana, e la scrittura è comunque in evoluzione: il primo atto è da tenore lirico, il quarto da tenore chiaramente drammatico.
Come ho già detto sono veramente innamorato della vena vulcanica del grande Giacomo che in quest’opera voleva mettere “tutto”… questo ce lo fa capire anche l’aver cercato tanti librettisti che avranno fatto a pugni con lui per trovare la frase giusta… Si capisce che qui la musica la fa da padrone!
Provo un grande interesse quando sono sul palcoscenico per l’evoluzione del personaggio. Infondo altri come Cavaradossi sono un pò scontati, se questo si può dire per un ruolo che ho cantato tantissimo e che non mi annoia mai… Mario è un artista, un generoso, con un carattere già definito, e c’è poca evoluzione nel trascorrere dei tre atti. Così anche per Dick Johnson o Calaf, dove c’è una minore ricerca sotto il profilo psicologico e magari una maggiore richiesta vocale per il cantante.
SG Mi ha detto prima che hai interpretato un’unica volta Tabarro, desidereresti riprenderlo?
Altrochè! Mi piacerebbe anche fare Rinuccio, e in una sera interpretare due ruoli così diversi. Mi affascinano questo tipo di sfide; credo nella duttilità della vocalità: anche nella maturità non ci si deve abbandonare a un eccesso di drammaticità del suono ma è necessario trovare sempre la leggerezza nella voce. Teniamo conto che il tenore deve essere sempre l’innamorato giovane!! Non sono mai d’accordo con la baritonalità del tenore. Il grande Aureliano Pertile nelle sue memorie diceva: “la voce del tenore deve sempre risuonare fresca, giovane, all’orecchio degli ascoltatori sempre brillante”. I tenori baritonali sono una bella cosa però non sono i più indicati a rappresentare il ruolo degli amanti essendo più adatti probabilmente per ruoli più estremi quali Canio, Samson.
Il repertorio pucciniano credo rappresenti veramente la ricerca del ruolo puro, tenorile. A conferma consideriamo che Puccini aveva pensato a Giacomo Lauri Volpi, voce cristallina, tipicamente tenorile, per l’ultimo ruolo da lui scritto. Questa naturalmente è soltanto la mia visione e che forse spiega il motivo per il quale mi piacerebbe tanto affrontare il ruolo di Rinuccio assieme a quello di Luigi. Che sfida interessante sarebbe!
SG Molto bella… Speriamo che questa tua proposta venga presa al volo e possa realizzarsi!
Sai, il cantabile fiorentino, lo stornello “Firenze è come un albero fiorito” è una delle cose che mi ha divertito di più fare nel cd. Devo dire che ho goduto nel cantare una stornellata bellissima che esprime la solarità tipica della Toscana!
S.G. Da toscana ti posso dire che sei arrivato proprio al cuore, sembravi uno dei nostri…
Io un po’ di sangue toscano ce l’ho perché uno dei miei nonni era toscano e mia mamma è nata a Lucca ed è stata portata a Genova a due anni di vita. Mi ricordo che mia nonna parlava toscano e quindi ho fatto l’orecchio!
SG Quale desiderio pucciniano hai da realizzare oltre a questo di poter interpretare Luigi e Rinuccio nella stessa sera?
Mi piacerebbe poter fare anche le due opere giovanili… In questo periodo Edgar si sta proponendo con maggiore attenzione e quindi forse potrebbe essere possibile interpretarlo, tenendo conto che ne esistono anche versioni diverse. Comunque io mi accontento tantissimo di quello che ho fatto… anche se naturalmente mi piacerebbe avere più recite di Calaf essendo un ruolo che amo particolarmente e che ho interpretato recentemente sia a Montecarlo che all’apertura del Teatro Petruzzelli a Bari, la prima volta in cui l’ho cantato in Italia.
Il Principe ha delle sfaccettature interessanti soprattutto nelle frasi meno conosciute. Sono innamorato della frase “Oh divina bellezza, oh meraviglia” perché secondo me è proprio lì che si capisce il personaggio, o di “Non piagere Liù” che mostra un aspetto del carattere di Calaf un po’ diverso da quello del famoso “Vincerò”.
SG Che cosa rappresenta per te il passato inteso come repertorio? Che cos’è la tradizione? Un punto di partenza, un qualcosa che si può superare? Potremmo dire che ti condiziona?
Io sono una delle persone che ha più rispetto del passato… lo ritengo un enorme serbatoio; nostra fortuna è vivere in un’epoca che ci permette tante testimonianze discografiche del passato che ci hanno fatto ascoltare incisioni addirittura degli anni 20, di epoche ancora vicine a quelle degli autori. Abbiamo potuto ascoltare grandi direttori di orchestra che hanno partecipato alla nascita di questi capolavori. Non credo possa esserci un discorso di superamento della tradizione. Io non ho assolutamente paura del passato, anzi… cerco di conviverci con l’atteggiamento di un bambino che vuole scoprire sempre qualcosa di nuovo… Ascolto tutte le registrazioni possibili, sono un grande collezionista, ho imparato moltissimo ascoltando i cantanti del passato e a loro devo molto. Sono loro che mi hanno fatto innamorare di questa meravigliosa forma d’arte.
Il nostro tempo si è un pochino staccato dalla tradizione, non per colpa nostra ma potremmo dire per una mancanza di comunicazione… Affermo sempre che è esistito un periodo con cantanti molto istintivi e con minor approfondimento tecnico. Credo che questi abbiano creato una moda con la quale stiamo facendo i conti adesso perchè ha portato a una mancanza di scuola che ritengo vada recuperata proprio attraverso il passato e i documenti che ci ha lasciato. I grandissimi cantanti di istinto straordinario come Di Stefano e addirittura la Callas avevano una preparazione tecnica a volte poco ortodossa. Penso che la Callas sia stata copiata nella sua istintività piuttosto che nella sua grande intuizione artistica. Si è cascati nel difetto di copiarla nella tecnica dove invece erano presenti lacune che hanno provocato dei difetti nelle generazioni di soprani che cercavano di imitarla. E’ più difficile imitare il pensiero piuttosto che la tecnica: il pensiero della Callas penso sia la fonte principale della sua grandezza. Il cantante istintivo è quello che affascina subito perché è immediato ma si rischia di perdere la realtà “vera” del canto, la sua sostanza. Si perdono tante cose come ad esempio il piacere dell’attacco di una frase in un certo modo!
Naturalmente non dobbiamo essere assillati dal passato e dal confronto con fantasmi ingombrantissimi. Io voglio convivere col passato che è un grande bagaglio che può arricchire; se però lo si usa esclusivamente per dire che meglio di quello non si potrà mai fare allora non serve a niente… Ognuno vive nella propria epoca e il gusto di oggi non è sicuramente quello del 1930!!!
SG Possiamo proporre le tue parole come riflessione per i giovani cantanti e per tutti coloro che affrontano la professione.
Tante volte sento dire “Non ascoltate perchè altrimenti imitate!” Nella nostra professione si deve imitare invece... Se Caruso non avesse dato un segnale e Beniamino Gigli non fosse andato a New York ad ascoltarlo per imparare come fare gli acuti in un certo modo, non ci sarebbe stata la scuola… ognuno cercava sempre di passare il testimone per la generazione futura… Forse c’è stato un momento in cui questo testimone non è stato passato per un motivo o per l’altro e questa motivazione sarebbe da analizzare a livello storico: il fatto di volere bruciare i tempi ad esempio.Nell’opera lirica e nello studio del canto la componente del tempo è fondamentale: è come mettere un seme nel terreno e pensare che il giorno dopo diventi un baobab! E’ necessario il tempo che permetta al seme di maturare. Anche la voce ha bisogno di questo tipo di alchimia naturale da cui forse ci siamo distaccati nell’epoca moderna visto che andiamo troppo di corsa.
SG Per concludere, un giochino da psicologa… Mi potresti definire Puccini con un colore, un sapore e un aggettivo?
F.A. (risata divertita) Puccini con un colore, sapore e un aggettivo… Rosso il colore, il sapore mi verrebbe da dire agrodolce, aggettivo: straordinario!!